Dentro l'abisso dell'interrogatorio
Dentro l'abisso dell'interrogatoriola Repubblica del 18/4/2006
di Michael Ignatieff
Questo lungo articolo, tradotto da Anna Bissanti, esplora i confini morali che provano a distinguere i vari sistemi per ottenere informazioni da un prigioniero.
Differenze concettuali tra quello che viene considerato un "interrogatorio costrittivo", dalla tortura vera e propria o la più sottile difficoltà nel distinguere un maltrattamento da un interrogatorio energico.
Un articolo brutalmente realistico che si interroga anche sulla possibilità che, in alcuni casi, possa essere necessario di carpire informazioni con metodi ai limiti della violazione (o oltre) di quelli che sono i diritti umani.
L’articolo è affiancato da una robusta bibliografia sull’argomento che spazia da “ Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria al recentissimo “Prigionieri in Iraq” di C. Chesnot e G. Malbrunot.
Tratto dall' articolo:
"Si dice spesso - e io stesso mi ripeto - che n'è l'interrogatorio "costrittivo" ne la tortura sono necessari, poichè un interrogatorio condotto con mezzi leciti può assicurare gli stessi risultati. Ci deve essere qualcosa di vero in questo. Ma la tesi secondo cui la tortura e la coercizione non funzionano è contraddetta dalla spaventosa frequenza con la quale entrambe queste pratiche sono attuate. Ritengo che lo sceicco Khalid Mohammed non sarebbe stato sottoposto alla pratica del "sottomarino", immergendolo sott'acqua finchè egli non prova il supplizio del semi-annegamento, se gli agenti dell'intelligence non ritenessero che ciò fosse necessario a spezzare il network di al-Quaeda che egli comandava."
