Carol e Jim
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- Inserito 26/06/2006 17:23:41 da Giovjk
- Data dell'ultimo testo inserito: 06/10/2006 15:48:41
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- Il capitolo Mary è stato inserito 28/06/2006 14:04:51 da Hartigan
- Il capitolo è stato visto 820 volte
- Carol e la voce
- Carol e gli specchi
- Jim e la voce
- Carol sott'acqua
- Carol e i ricordi
- Jim e l'anello
- L'attesa
- Mary
- Nero cenere (Matteo - Italia - 1991)
- Il passato non si dimentica di te.
- Scherzi del destino
- Le spiace se pelo un'arancia?
- Un sogno, un criminale e 10.000 miglia
- L'incontro
- Agenzia investigativa Giorgio F.
- Gli specchi di Jim
- Hollywood
- Jim e Clint
- Una lettera per Clint
- Potrei vedere la casa?
- Un bacio al chiaro di luna
- Tutta la mia fiducia
- Amore per sempre
- Se dovessi rimanere indietro
- Che storia ? mai questa?
- Solo pensieri.
- Le regole del giallo, di Giorgio F.
- Eureka!
- Una seconda chance
Mary
Una strada sterrata, una discesa troppo ripida, un precipizio e la macchina che non vuole saperne di frenare. Tiro il freno a mano, ma è troppo tardi. Apro la portiera e mi lascio cadere nel vuoto. Osservo la macchina precipitare, penso che ormai per me è finita, poi c’è solo il buio.
“Papà, pensi che ce la farà?”
“Sì, ce la farà. E’ stato proprio fortunato…”
“Buongiorno Jimmy, ti ho portato un freschissimissimo succo d’arancio.”
Apro gli occhi. Vorrei scendere dal letto, ma il mio corpo sembra ribellarsi ad ogni mio movimento, e la spalla proprio non vuole saperne di moversi.”
“Non preoccuparti Jimmy, papà dice ti rimetterai presto.”
“Cosa è successo? Dove sono?”
“E’ successo che ti sei lanciato con la macchina dentro un canyon. Io e mio papà eravamo lì. Pensavamo fossi finito anche tu in fondo al burrone, poi abbiamo sentito dei rumori e così papà ti ha tirato fuori. Sei a casa nostra adesso. Io mi chiamo Mary. Ci penserò io a te, sarò la tua infermiera personale; adesso rilassati Jimmy”
“Come fai a sapere che mi chiamo Jim, io…”
“Certo che ti chiami Jimmy, Jimmy Dean, quello di Gioventù Bruciata e della gara a chi salta per primo fuori dalla
macchina…”
Il padre di Mary mi racconta tutto il resto. Ha visto la mia macchina procedere a forte velocità verso il canyon. Ha pensato ad un suicidio, qualcosa alla Thelma and Luise, è corso verso il canyon, ha sentito lo schianto della macchina e ha pensato che non ci fosse più nulla da fare. Stava per tornare indietro quando mi ha sentito urlare qualcosa. Allora è tornato verso il canyon, ha guardato intorno al punto dove aveva visto precipitare la macchina, e ha visto qualcosa muoversi in mezzo ai cespugli, in un punto dove la roccia era più sporgente: in qualche modo dovevo essere riuscito ad aggrapparmi ad una roccia. Il resto lo ha fatto lui: ha attaccato un cavo sul gancio del suo Pick Up, ha avvicinato il Pick Up fino al bordo del canyon, mi ha urlato di aggrappi e mi ha tirato su. Gli devo la vita.
“Grazie, amico. Come ti chiami?”
“Mi chiamo Jack, e non so ancora se puoi chiamarmi amico oppure no…”
“Perché, ti ho forse fatto qualcosa?”
“A me no, ma a mia figlia sì.”
“Non capisco, davvero.”
“Buttare via la tua vita, suicidarti…Lo sai quanti anni ha mia figlia? Quattordici. Sai quanto le rimane da vivere? Un mese, al massimo due, e lei lo sa. Lo sa, eppure non l’ho mai vista piangere, neppure quanto si è guardata allo specchio e si è ritrovata per la prima volta senza i suoi lunghi capelli castani. Ogni giorno che nasce per lei è un miracolo, e tu maledetto vigliacco, tu ti butti dentro un burrone.”
“Senti Jack, guarda che…”
“Zitto. Lasciami finire. Lo sai cosa ha fatto ieri Mary? Ha preso il calendario appeso al muro e lo ha buttato via. Poi ha preso un foglio di carta e lo ha appeso al posto del calendario. Sai cosa c’era scritto sopra quel foglio? C’era scritto il giorno del suo compleanno. Lo sai perché lo ha fatto? Perché non sopportava di vedermi trattenere le lacrime ogni volta che finiva il mese e io voltavo la pagina del calendario e pensavo che forse dopo quel mese per Mary non ce ne sarebbe stato un altro. E lo sai cosa mi ha detto Mary? Mi ha detto che ogni giorno per lei è il suo compleanno, perché ogni giorno in cui è viva, ogni giorno che può trascorrere insieme al suo papà, per lei è un giorno di festa. Non so perché Mary si sia tanto affezionata a te. Avrei dovuto portarti all’ospedale, ma il più vicino è a 200 miglia da qui. E’ stata di Mary l’idea di tenerti qui una notte. Non avevi fratture evidenti, sembravi scosso, ma senza particolari sintomi che facessero pensare a qualcosa di più grave, così ti ho portato qui. Comunque oggi ti porto in città, così la chiudiamo con questa storia.”
“Jack, posso parlare adesso?”
“Sì, adesso puoi parlare.”
“Mi dispiace per tua figlia. Ma io non ho mai avuto nessunissima intenzione di suicidarmi. Cercavo un percorso di montagna che un tempo è stato un territorio indiano, dei Navajo. Devo essermi perso o forse quel sentiero non si può fare tutto fino in fondo con la macchina. Non lo so. So solo che all’improvviso la pendenza della strada è aumentata e mi sono ritrovato in quella maledetta discesa e non ho neppure avuto il tempo di pensare cosa diavolo stesse succedendo, e quando sono saltato fuori dalla macchina e ho capito che sarei comunque finito nel vuoto ho pensato fosse finita. Sono riuscito chissà come ad aggrapparmi a qualcosa, anche se non vedevo niente cui potermi aggrappare, e poi ho sentito un colpo alla spalla, un dolore tremendo e poi sei arrivato tu…”
“OK, ragazzo, per adesso voglio crederti. Riesci ad alzarti, così andiamo a fare la colazione in veranda? Mary ha preparato colazione per almeno venti persone là fuori…”
Da quel giorno sono passati quattro mesi. A me sembrano passati al massimo quattro minuti. Forse è per questo che mi sembra ancora di sentire la voce di Mary: “Jimmy, alzati scansafatiche, la colazione è pronta. Ma Mary stamattina non ha potuto preparare nessuna colazione. Mary stanotte se n’è andata. Lo ha fatto in silenzio. Suo papà è convinto che lei non si sia accorta di nulla, che si sia addormentata per poi non risvegliarsi più. Io credo invece che Mary sapesse che non si sarebbe più risvegliata, e che è per questo che stamattina l’abbiamo trovata abbracciata al suo pelushe preferito.
Jack è in piedi, davanti alla bara della figlia. Se non fosse per la sua mano, che continua ad accarezzare la bara, potrei quasi dire che sia morto anche lui. Gli vado vicino, ma non riesco a dire nulla. E’ lui a parlarmi:
“Grazie Jimmy.”
“Jack, devi scusarmi, io non so davvero cosa dire…”
“Tu non devi dire niente Jimmy. Ti sei preso cura di Mary come fosse tua figlia. Le avevano dato un mese di vita. Ne ha vissuto quattro, e credo che sia anche merito tuo, anzi ne sono certo. Per vivere Mary aveva bisogno di affetto, di amore, ma aveva anche bisogno di dare affetto e di dare amore. Ecco perché si è voluta prendere cura di te subito dopo l’incidente.”
Sorride adesso Jack, sorride e mi dice:
“Grazie Jimmy. Chissà se davvero Mary ha creduto fino alla fine al tuo piede zoppicante e al tuo braccio che si
addormentava all’improvviso…Forse anche lei sapeva che saresti potuto andare via quando volevi, e che se rimanevi
era solo per lei.”
“Sì, lo credo anch’io. Mary era davvero una ragazza speciale.”
“Ti avevo giudicato male, Jimmy. Grazie di cuore.”
Jim, l’uomo che non deve chiedere mai, adesso piange come un bambino. Piange per Mary, che non c’è più. Piange per Jack, che continua a dirmi grazie, come un vecchio trentatrègiri incantato. Mi ringrazia per non aver abbandonato Mary, come hanno fatto tutti gli altri quando hanno saputo della sua malattia. Ma ha dato molto più Mary a me che io a lei.
Chissà se Carol potrà davvero capire…