Carol e Jim
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- Inserito 26/06/2006 17:23:41 da Giovjk
- Data dell'ultimo testo inserito: 06/10/2006 15:48:41
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- Il capitolo Nero cenere (Matteo - Italia - 1991) è stato inserito 28/06/2006 19:26:20 da Giovjk
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- Carol e la voce
- Carol e gli specchi
- Jim e la voce
- Carol sott'acqua
- Carol e i ricordi
- Jim e l'anello
- L'attesa
- Mary
- Nero cenere (Matteo - Italia - 1991)
- Il passato non si dimentica di te.
- Scherzi del destino
- Le spiace se pelo un'arancia?
- Un sogno, un criminale e 10.000 miglia
- L'incontro
- Agenzia investigativa Giorgio F.
- Gli specchi di Jim
- Hollywood
- Jim e Clint
- Una lettera per Clint
- Potrei vedere la casa?
- Un bacio al chiaro di luna
- Tutta la mia fiducia
- Amore per sempre
- Se dovessi rimanere indietro
- Che storia ? mai questa?
- Solo pensieri.
- Le regole del giallo, di Giorgio F.
- Eureka!
- Una seconda chance
Nero cenere (Matteo - Italia - 1991)
Nel dormiveglia rivedo costante l'immagine del mare, devo avere sognato il mare stanotte, lo sogno spesso il mare. Quando apro gli occhi la stanza è ancora buia, distinguo qualcosa verso la finestra, sembra un corpo, sembra un corpo appeso, impiccato. Richiudo gli occhi, metto la testa sotto le coperte ed avverto un senso di sicurezza. Provo a pensare a qualcosa di bello, non mi viene in mente niente, penso a ieri, alla canoa, al mare. Penso che potrei fare una trentina di chilometri al giorno in canoa, mi piacerebbe girarmi un bel pezzo di Sardegna, dormendo dove capita. E' bello il mare della Sardegna.Il mare, azzurro, cristallino, non importa, mi riporta un'unica immagine, quell'immagine. Provo a scansarla, c'è sempre quell'immagine, quel corpo che galleggia fra una canoa ed una barca, distolgo la vista è c'è il suo volto con lacrime di sangue, di fuoco e di sangue.
Decido che preferisco vedere l'ombra dell'impiccato, riapro gli occhi mentre a tentoni ed in fretta accendo la luce del comodino. L'impiccato non c'è più, non capisco come potevo averlo visto. Spengo la luce del comodino ed ho difficoltà a riconoscere nella tenda l'ombra che mi ha messo paura. Mi chiedo se certe cose capitano solo a me, ai bambini lo so, ma agli adulti credevo non succedesse più.
Mi alzo, davanti alla colazione mi viene il voltastomaco, lascio tutto lì, mia madre capisce. Credo gli faccia piacere vedere che ho una reazione forte. Ma non è per la sua morte, è per lo scherzo che mi ha fatto lasciandomi adesso. Lei sapeva che le volevo bene, sapeva che non sarei riuscito a fare a meno di lei, sapeva che non avrei mangiato, che sarei stato male, che non avrei dormito. Ecco perché ha rifiutato il mio rene, ecco perché se n'è andata, fino all'ultimo a coltivare il suo odio, anche nella morte a coltivare il suo odio. Vado in bagno e vomito il niente che avevo mangiato la sera prima.
Sono vestito bene quando esco di casa, siamo vestiti bene quando saliamo in macchina per andare a fare i giri di rito. La messa mi infastidisce, un estraneo che parla di lei, che riesce a commuovermi, che riesce a farci piangere parlando di qualcuno che conosce appena, di cui non saprebbe riconoscere il volto.
Ma la messa finisce ma non finisce il peggio. Gente che piange, gente che dice com'era bella, com'era dolce. Gente che non la conosceva, che dice il falso, che non sa quel che dice. Non era bella, l'amavo, non era dolce, l'amavo. Ecco tutto, non c'entra la bellezza, non c'entra la dolcezza, l'amavo e non so ancora perché. E' inutile cercare giustificazioni o scuse, l'amavo e non c'è più, ma io non lo so ancora.
Il dolce è sempre alla fine, in una camera piccola e buia, un forno che non è un forno, una bara che ci entra dentro, una fiammella che in un attimo scoppia e ci trasforma in cenere, in quello che eravamo, in quello che saremo.
E' un attimo che t'insegna la vita, che ti insegna la storia. Rimango impietrito davanti a quell'attimo, rimango sconvolto davanti a quell'attimo, ad occhi sgranati, adesso so, finalmente so. Non siamo niente, non era niente il mio amore, non era niente il mio tempo, non è niente la mia vita, tutto è niente.
E' sconvolgente capire tutto in un attimo, è sconvolgente capire che tutte le domande avevano una risposta, che per quanto avessi provato a scongiurarla la risposta doveva arrivare, eccola lì la risposta, una fiammella che diventa scoppio ed un pugno di cenere.
Esco di lì a testa china, nessuno mi ferma, tutti capiscono. Nel cimitero mi aggiro fra le tombe, leggo i nomi, Anna è cenere, Marco è cenere, Michele è cenere, Franco è cenere, Gianna è cenere, Mauro è cenere, Rita è cenere, Maria è cenere, Emanuela è cenere, Rosa è cenere, Io sarò cenere, Voi sarete cenere, Tutti saremo cenere, urlo i nomi, Io, Marta, Sandro, Ennio, Tutti, Noi, Voi, urlo Cenere, Cenere, Cenere, Cenere. Alzo un pugno di terra da terra, cenere, siamo cenere, piango, e lacrime, siamo lacrime, uomini siamo cenere, uomini siamo cenere.
Poi corro, fra le tombe, su in collina, scavalco muri, sono fuori e corro fra gli alberi, su in collina, arrivo in alto e corro, ai bordi della città, la città caotica, immaginala cenere, la vita caotica, immaginala cenere, la tua famiglia, immaginala cenere, il domani, immaginalo cenere, il tuo tempo, immaginalo cenere, il lavoro, immaginalo cenere, l'amore, immaginalo cenere, l'odio, immaginalo cenere, il futuro, immaginalo cenere e chiediti cosa stai facendo, perché lo stai facendo, dove stai andando? E chiediti se non stai sbagliando, se non stiamo sbagliando, se c'è un'altra strada, se c'è un'altra strada?
Mi fermo. Se c'è un'altra strada. Se ci fosse un'altra strada, bisognerebbe trovarla questa strada. Una strada alla cui fine non c'è cenere per me, per tutti, dove lei non è cenere, non è una fiammella che diventa scoppio. Se ci fosse un'altra strada. Se c'è un'altra strada.
Mi siedo davanti alla città. Mi domando davanti alla città se c'è un'altra strada. Se c'è dove porta, dove arriva. Se c'è chi la conosce, chi l'ha già presa. Se esiste un'altra strada.
Guardo la città e penso alla città per come è, per come ci viviamo. No, nessuno può aver intuito un'altra strada e continuare a vivere in questa città, nessuno sa niente più di quanto so io, di quanto sappiamo tutti. Non la chiesa, la chiesa è un trucco, non può inventarsi un paradiso e spacciarcelo come alternativa alla città. Comincerebbe da qua, potremmo vivere meglio, ne sono convinto, molto meglio.
Ma non lo facciamo, e non lo facciamo perché abbiamo la memoria del nostro essere cenere, del nostro tornare cenere. Ci bastano quattro giorni all'anno tanto per resistere fintanto che non torneremo a riempire un'urna, a riempire una fossa.
Ma come posso pensare di pensare e pensare di essere niente? Se non pensassi potrebbe anche essere così, ma io penso, chi mi ha dato il pensiero, la mente, solo per farmi capire che non sono. Chi è stato e perché?
Mi sdraio sull'erba e non penso più alla città, penso a cosa potrei fare. Ma sono piccolo, mi sento piccolo, non c'è altra forza che il pensiero, in me, non c'è altra forza che quella. Ben strana forza, ben piccola forza, ben inutile forza, dannosa forza.
Mi sdraio sull'erba e vedo immagini di fuoco e di sangue, di mare, di fuoco e di sangue. Ma oggi è diverso, ho il ricordo di qualcosa che sembrava essersi cancellato in me. Adesso è chiaro, adesso è un ricordo pesante.
Ricordo esattamente che scendendo verso il fondo pensavo che quella era un bella ragazza, la vedevo agitarsi e mi eccitavano quei movimenti, proprio una bella ragazza, migliore della mia, le cosce sode si rivolgevano a me e mi dicevano prendimi, mi dicevano siamo noi la vita, approfittane, vivi la vita. Ma io scendevo solo per staccarla, solo per salvarla, poi sarei tornato su dalla mia ragazza, da quell'amore che non c'era, da una consuetudine da cui non riuscivo a staccarmi, non potevo staccarmi, a costo di odiarla, a costo di odiare tutti, di amare solo il fuoco, il sangue e la morte.
Arrivato al fondo era chiaro, dal mio razionale, che era solo un braccialetto incastrato, un semplice gesto e l'avrei staccata, un semplice gesto. Ma la sua irrazionale agitazione mi piantava davanti al viso quel petto giovane che straboccava da quel costume troppo piccolo per tutta quell'agitazione.
Solo per questo sono tornato a galla, per quel petto migliore, per quelle cosce migliori. Avrei voluto mettere la testa nell'acqua ma ero tutto nell'acqua, un po' d'aria era meglio, un po' d'odio era meglio.
Che morisse, anche lei era cenere, anche lei sarebbe stata cenere, perché non subito, cosa centravo io con tutto questo? Perché mi doveva ricordare che se non cenere siamo carne e ci comportiamo da carne e siamo peggio di merda.
Se sono tornato giù è solo perché pensavo fosse troppo tardi, bel trofeo della mia voglia di morte, e davanti alla buona notizia la sua gelosia era intuito, lei mi aveva capito, era intuito, lei mi aveva capito.
Come probabilmente aveva capito che il motore l’avevo visto subito, troppo facile sembrava il motore, preferivo dimostrare la forza, la disperazione, la voglia di fare, di salvare. Preferivo incolpare l’amica, anche quello è un piacere, quell’amica che sarebbe stata cenere avrebbe sofferto fino al giorno che non si fosse trasformata nell’ultimo granello. Cosa voleva da me, solo aiuto, solo gioia?
Ricordo esattamente il momento in cui tolsi dalla macchina quel bidone di benzina. L'azione più sensata e razionale della mia vita. Ricordo esattamente il momento in cui lo verso davanti alla sua casa, ricordo il piacere dell'odore di benzina, il muro che si impregna, la paura che possa non bastare.
Ricordo la gioia di quel fiammifero mentre s'accende, mentre immagino già la casa bruciare come quel pezzetto di legno, poi buttarlo, prima che si spenga, la benzina che fa una vampata. Sapevo che lei era al piano di sopra, sapevo che non avrebbe fatto in tempo ad uscire, sapevo tutto, sapevo tutto. Era un piacere essere finalmente certi di qualcosa, certi che lei avrebbe avuto bisogno di me e che io non ci sarei stato, quella volta non ci sarei stato. E cenere lei, cenere io, cenere tutti.
Non ricordo bene la strada che mi porta via, ho un ricordo strano, irreale, di quando mi fermo, vedo il fuoco e penso, penso di tornare, penso di salvarla ma non riesco a pensare che quello che ho fatto l’ho fatto io, non mi viene in mente, non è stato il mio io a farlo, è stato un altro. Ma va bene ugualmente, non riesco a pensare che sia colpevole, nonostante questo torno indietro, nonostante tutto torno in quella casa, nonostante le fiamme, la casa che brucia, il bosco che brucia. Ecco, del bosco, di quello mi dispiace, non ha colpa il bosco, non riesco a dare colpa al bosco, anch’egli è cenere, anch’egli tornerà cenere, ma lui non ha colpe, non ha le sue, non ha le nostre.
Ricordo ancora che la scala c’era, mi sembrava troppo semplice la scala, toglieva gusto a tutto quel gioco che mi ero inventato, perdere gusto per una scala mi sembrava indecente, era meglio e più semplice dire che la scala bruciava, che tutto bruciava. E che tutto bruciava era vero, mi bruciava dentro, dentro era un casino, un casino grosso, fuoco, fuoco, fuoco. Tranne la scala c'era veramente un gran fuoco.
Quello che ricordo meglio è sicuramente vederla correre via. Come poteva, come poteva, me lo chiedo ancora, correre via cosi, senza pensare, senza pensare che io, io l’avevo aiutata, io avevo fatto tutto per lei, quel giorno, gli altri giorni, da sempre. Come poteva correre davanti a questa realtà, come poteva non capire, come poteva, come poteva?
Per quello l’ho spinta, nient’altro che per l'incomprensione che aveva dimostrato, una spinta da poco, poco diversa dal fato, quel ramo infilzato per terra, poco diverso dal fato, infilzata lei, da parte a parte, com’è il fato, una mano che ti spinge, un ramo che ti trafigge, emozioni che non sento più, cenere. Il fato è cenere.
Ricordo finalmente lei fra le mie braccia, lei, quel ramo, il suo sangue, tutto quel sangue e quel fuoco, fra le mie braccia, io potente, io importante, io grande, io. Io correre felice, lei fra le braccia, il sangue fuoco, il fuoco cenere, lei li, quanta gioia, poterla salvare, se possibile, vederla trasformarsi, se plausibile.
Bene ancora ricordo in ospedale, la speranza che non esista un rene per lei, vedere i due visi contrarsi, e dolore, dolore. Troppo semplice, anche li troppo semplice, non basta il dolore, al dolore una piccola gioia e poi nuovo dolore, è un trucco per rendere buono il marcio, per far marcire la vita.
Che bello, poi, poter dire dono una parte di me per lei, che piacere sentirsi dire grazie, sentirsi dire bravo, sentirsi dire TU, tu... E vedere lacrime di gioia prima di lacrime di morte, siamo cenere, non lo sapete, siamo cenere. Non c'è gioia per la cenere, solo dolore.
Se fossero riusciti a trapiantargli il mio rene sarebbe stato un rene intriso d’odio. Vi assicuro che si può mettere odio nel proprio corpo, concentrarlo, impregnarlo. Io c’ero riuscito, ne era intriso, piacevolmente intriso. Ma lei sapeva, pur nelle sue condizioni sapeva, è riuscita a rifiutare quella mia ultima eredita, c’è riuscita, solo lei poteva riuscirci, solo lei poteva trasformarsi in cenere, tirarmi una leva ed andarsene. L’unica che mi aveva capito. L’unica. Consapevole.
Questa città che ho di fronte, lei non ha mai capito, lei mi ha lasciato vivere senza capire, senza aiutarmi, senza fare niente. Lei ha colpa, solo lei ha colpa. Non c’è dubbio, solo lei ha colpa. Questa citta che ho di fronte.
A testa bassa torno a casa, mia madre mi ha preparato qualcosa da mangiare, non diciamo niente, non mangio niente, ho qualcosa dentro che mi rode, forse dovrei sfogarmi, ma ho un’idea, un’idea importante. C’è la cenere, c’è il fuoco, c’è il sangue, è tutto in quell’idea, cosi semplice, cosi realizzabile, cosi semplice e bella che potrebbe sistemare tutto, potrebbe finalmente farmi tornare uomo fra gli uomini, dimenticare tutto, nuovamente vivo. Io che vivo non sono stato mai.
Sempre morto dietro un dolore, nascosto agli uomini da una smorfia di sofferenza che nasce dall’odio, l’odio immenso che mi fa muovere, mi fa agire, mi fa pensare, inutilmente. Adesso basta, è arrivato il momento di cambiare, lo dimostrero a tutti.
Nell’idea c’è l’idea che si può dire alla gente che tutto finisce, si può ricordarglielo e spiegare cosi perché si può soffrire, perché io ho sempre sofferto. Perché ho sempre odiato, anche quello, forse spiega, forse mi giustifica, o sono solamente pazzo, forse sono solamente pazzo, mi dovrebbero legare, legare stretto, ma com’è che nessuno lo ha mai capito, com’è che nessuno ha mai visto in fondo, proprio in fondo ai miei occhi, com’è che nessuno mi ferma, adesso almeno, è una pazzia questa, adesso almeno, fermatemi. Vi prego. Fermatemi.
E’ che lei non c’è più, lei che aveva capito, alla fine aveva intuito ma perso, contemporaneamente perso contro il mio odio, il mio odio è immenso, il mio odio è immenso, il mio odio non si fermerà qua. Deve finire ma non si fermera qua. Ho paura per la gente. Ho paura di me stesso, di quello che posso fare, di quello che faro.
Prendo le chiavi della casa che un mio amico sta ristrutturando, ci vado verso l'una, lui sicuramente non c'è. Non vorrei metterlo di mezzo ma sicuramente di mezzo un po' ci andra. Mi dispiace, è una brava persona, è molto diverso da me, beato lui. Se avessi imparato qualcosa da lui adesso sarebbe tutto diverso, sarebbe tutto molto meglio. Invece...
In casa sua chiudo tutte le finestre, le sigillo bene. In qualche modo sistemo anche la porta di ingresso, non ci vuole molto, spero che cosi sia sufficiente.
Il gas lo apro in cucina, lo annuso, esce copioso. Sento dentro una gioia immensa, la soluzione di tanti problemi. Vorrei spiegarmi che soluzione sia, non vedo veramente un nesso tra quello che sto facendo ed i miei problemi. L'unica cosa che capisco è che sto facendo quello di cui ho bisogno, so che non mi posso fermare, è l'ultimo mio desiderio, l'ultima esigenza che ho.
Non ho piu voglia di aspettare altri tramonti, di andare a dormire pensando al vuoto che porto dentro, ai colori rosso sangue, rosso fuoco, nero cenere. Non ho piu voglia di preoccuparmi di domani, della compagnia, della solitudine. Che senso abbia il gas non lo so, che soluzione sia il gas non lo so. So che stranamente il suo odore oggi mi è piacevole, so che per un po' vivrei di quello, vivrò di quello.
