Carol e Jim
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- Inserito 26/06/2006 17:23:41 da Giovjk
- Data dell'ultimo testo inserito: 06/10/2006 15:48:41
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- Il capitolo Scherzi del destino è stato inserito 29/06/2006 16:06:44 da Hartigan
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- Carol e la voce
- Carol e gli specchi
- Jim e la voce
- Carol sott'acqua
- Carol e i ricordi
- Jim e l'anello
- L'attesa
- Mary
- Nero cenere (Matteo - Italia - 1991)
- Il passato non si dimentica di te.
- Scherzi del destino
- Le spiace se pelo un'arancia?
- Un sogno, un criminale e 10.000 miglia
- L'incontro
- Agenzia investigativa Giorgio F.
- Gli specchi di Jim
- Hollywood
- Jim e Clint
- Una lettera per Clint
- Potrei vedere la casa?
- Un bacio al chiaro di luna
- Tutta la mia fiducia
- Amore per sempre
- Se dovessi rimanere indietro
- Che storia ? mai questa?
- Solo pensieri.
- Le regole del giallo, di Giorgio F.
- Eureka!
- Una seconda chance
Scherzi del destino
“Milleuno, milledue, milleetre – L I B E R A.”
Mary…Ciao, Mary…Vorrei correre verso di lei, ma non riesco a muovermi, è come se avessi i piedi incollati per terra. Mary, che bello rivederti…Mary perché quella faccia così seria? Sei sempre stata sorridente. Mary, cosa ti ho fatto? Cerco di muovere i piedi, di camminare, mi sforzo e riesco a muovere qualche passo.
“Jimmy, fermati.”
Perché? Perché?
“Perché non è questo il momento. Jimmy, devi tornare indietro.”
No. Non voglio. Lo sai che io non torno mai indietro. E poi mi manchi, mi manchi così tanto, Mary.
“Lo so, Jimmy. Mi manchi anche tu.”
Mary sorride, poi si volta e scompare. Io provo a inseguirla e…
“Milleuno, milledue, milleetre – L I B E R A.”
Nero. Nero cenere. Vuoto. Nero. Precipito.
“Milleuno, milledue, milleetre – L I B E R A.”
Beeeep. Beeeep. Beeeeep.
Apro gli occhi. Pareti bianche, flebo, camici bianchi…A quanto pare sono dentro un ospedale.
L’infermiera mi inserisce una flebo nel braccio, poi mi dà il benvenuto:
“Bentornato tra noi Jimmy.”
“Grazie.”
Tendenzialmente ritengo di potermi definire una persona che si adatta ad ogni situazione e che difficilmente si fa sconvolgere da qualche piccolo incidente di percorso. Ma qui stiamo parlando di due incidenti, e se mi è concesso il termine direi persino di due fottutissimi incidenti da paura. Prima la discesa sterrata seguita dal precipizio, poi la macchia d’olio e il carro funebre che finisce sotto un TIR.
Mi sento come Prometeo, che il dio Vulcano fu costretto da Giove a punire per aver rubato il fuoco ed averlo poi consegnato agli umani. La punizione che ebbe Prometeo fu di rimanere incatenato giorno e notte, e mentre di giorno un’aquila gli divorava il ventre, la notte il fegato gli ricresceva, tutti i giorni, tutte le notti.
Di quale dio ho scatenato le ire, e per quali colpe vengo punito?
Ma forse è altrettanto vero l’esatto contrario… Uscire vivo da due incidenti del genere è più un megamiracolo di qualche dio magnanimo e accondiscendente piuttosto che un brutto scherzo di un dio irascibile.
“Sei un ragazzo fortunato, lo sai Jimmy?”
“Sì, lo so. Ma tu come sai che mi chiamo Jimmy?”
“La foto nel tuo portafoglio. Sei arrivato qui più vivo che morto, e noi non sapevamo neppure chi fossi. Abbiamo cercato qualche documento nel tuo portafoglio, ma c’era solo una foto: tu insieme ad una ragazza. Dietro c’era una dedica davvero molto bella, ci siamo commossi tutti qui quando l’abbiamo letta. Chi è Mary, tua sorella?”
“Sì, lo era. Posso staccarmi tutti questi cavi dal braccio adesso?”
“No, non puoi. Dobbiamo monitorarti almeno fino a domattina, e hai bisogno della flebo, altrimenti non riusciresti neppure a scendere dal letto.”
“Agli ordini, baby.”
“Se ti serve qualcosa, il pulsante per chiamarmi è quello rosso. Gli altri due pulsanti sono per alzare e abbassare il letto.”
“OK, grazie.”
La morte porta con sé non soltanto il dolore della perdita di una persona, ma anche una infinità di domande che sembrano essere senza risposta. Perché lei? Era così giovane, era così solare e piena di voglia di vivere. E ancora: Se ne è andata prima che potessi dirle quanto fosse stata importante per me; non le ho mai detto quanto mi illuminasse la vita il suo sorriso.
Sembra che niente possa avere un senso, sembra che il tempo giochi con la nostra mente, si diverta a rallentare il suo ritmo, e farti sentire addosso ogni singolo istante senza di lei come fosse un secolo e non un secondo.
Senti dentro non solo dolore, ma anche odio, verso tutto e tutti. Perché nessuno potrà mai capire il tuo dolore e nessuno sembra neppure cercare di provarci a capire quel dolore.
Eppure… E’ stato lì, a quel funerale, che ho visto Alessia per la prima volta. Arrivavo da una trasferta di lavoro, mi stavo cambiando la camicia nel parcheggio dietro la chiesa, pensavo non ci fosse nessuno invece:
“Preferivo quella che indossavi prima…”
Mi volto, ed ecco Alessia entrare nella mia vita. Indossava una maglietta viola con un drago nero disegnato sullo sfondo, panaloni a vita bassa e un paio di scarpe estive con tacco alto e laccetti color p
“Anch’io, ma ce l’ho addosso da stamattina…”
“Sei qui per il funerale?”
“Già.”
“Pensi che ci sarà qualcun altro?”
“Non lo so. E sinceramente non mi interessa.”
La chiesa era terribilmente fredda con quelle pareti in pietra e quei muri alti fino al cielo. La cerimonia poco più che una formalità. Ci sediamo sulla stessa panchina, e rimaniamo in silenzio fino alla fine, poi lei mi domanda:
“Vai anche al cimitero?”
“No, penso che per oggi possa bastare così.”
“Me lo daresti un passaggio? Passano così pochi autobus da queste parti…”
“OK.”
“Non ti dispiace vero?”
“No, non mi dispiace.”
“La conoscevi bene?”
“Direi proprio di no…”
“Oh, neanche io. Sono amica di una sua amica e…”
“No, vedi, è che temo di aver sbagliato funerale. Quando me ne sono accorto ormai ero lì e non potevo andarmene…”
“Mi prendi in giro vero?”
“Purtroppo no.”
E’ stato allora che l’ho sentita ridere per la prima volta, ed è stato allora che cominciai ad innamorarmi di lei.
“Ma tu sei fuori…”
“Sì, me lo dicono tutti quelli che mi conoscono…”
“E adesso?”
“Adesso ti riaccompagno a casa. Erano questi i piani, no?”
“Sì, ma il tuo funerale?”
“Scusa, posso accarezzarmi i gioielli di famiglia? Il mio funerale spero non sia così vicino…”
“Intendevo il funerale della tua amica…”
“Era due ore fa. Sarà finito ormai, non credi?”
“Sì, credo proprio di sì. Posso accendere la radio?”
“Fai come se fossi a casa tua…”
<<…When you're sure you've had enough of this life, well hang on
Don't let yourself go, 'cause everybody cries and everybody hurts sometimes…>>
Osservo Alessia mentre prova a canticchiare il ritornello: non indovina neppure una parola, poi si accorge di me e smette di cantare:
“Lo so, sono stonatissima.”
“No, anzi, mi piace come hai reinterpretato la canzone...”
“Sì, certo…”
Cosa diavolo mi stà succedendo? Non ho mai permesso a nessuno di distruggere in quel modo una canzone dei REM ed uscirne vivo. Torno a guardarla, così lei mi dice:
“Cosa c’è? Mi è colato il trucco vero? Devo avere una faccia orribile. Stanotte non sono riuscita a chiudere occhio…”
“Tu ci credi che gli occhi sono il riflesso dell’anima?”
“Sì, penso di sì, perché?”
“Hai due occhi splendidi, lo sai?”
“Jimmy, hai visite.”
“E’ una bionda con due tette enormi?”
“No, mi spiace. E’ un certo Jack. Lo faccio entrare?”
“Jack? Certo che può entrare.”
E’ incredibile dove possa portarti il destino: è stato grazie ad un funerale, per di più sbagliato, ed alle ferite del cuore di Michael Stipe in “Everybody hurts” che ho conosciuto Alessia. Alessia che pensavo non sarei mai riuscito a cancellare e neppure a perdonare. Alessia che adesso ho perdonato, sempre che ci fosse mai stato qualcosa di cui dovesse realmente farsi perdonare; Alessia che non cancellato, perché col tempo ho imparato che è sbagliato cancellare due cuori che hanno palpitato insieme, anche se quei due cuori non torneranno mai più neppure a sfiorarsi.
Ed è stato ad un altro funerale, ancora una volta di uno sconosciuto, che ho visto Carol per l’ultima volta. Carol, che ha riaperto le porte del mio cuore. Carol che ha saputo aspettare che io fossi davvero pronto e che volessi davvero riprovarci. Carol che adesso è così lontana…
